Donne al comando, stereotipi allo sbando

di Margherita Tirame
Il potere è ancora cosa da maschi, in politica e in azienda. Le femmine fanno più fatica a emergere e, anche se arrivano a posizioni dirigenziali, vengono discriminate. Le storie di chi è arrivata a un passo dal vertice.

Donna al comandoI potenti sono uomini, tutti seduti comodamente sulle loro poltrone. Le donne? Al massimo tengono l’ombrello. A Sulmona abbiamo assistito all’ultima manifestazione di un fenomeno molto esteso. Se questa ha fatto tanto parlare non si può dire lo stesso di tutte le ingiustizie che vengono quotidianamente trascurate. Perché una femmina non può ambire alle posizioni di alto livello? Perché non può guadagnare quanto un uomo? Il New York Times cerca risposte tra quelle che la sanno lunga. Quelle che sono arrivate ad un passo dal vertice, ma hanno picchiato la testa contro il famoso soffitto di cristallo. Ciò che emerge dalle loro storie è che quando miriamo in alto è praticamente certo che tutti i reazionari ci attacchino: vogliono che il potere rimanga una cosa da maschi.

COLPA DEGLI STEREOTIPI?
Questo a causa delle convinzioni di cui la nostra cultura è intrisa. Convinzioni che, paradossalmente, sono portate avanti più dalle donne che dagli uomini. Perché sono le prime a limitarsi, persuadendosi di essere più deboli, meno risolute, meno capaci di prendere decisioni, di amministrare, di comandare e via dicendo. Sappiamo bene cosa ci raccontano fin da piccole. Dobbiamo essere «femminucce», «femminili», «fini», «dolci», «sensibili». Come possono tutti tali insegnamenti non influenzare la nostra vita lavorativa, se fin da bambine ci dicono che non rientrare in queste definizioni è anormale? Nessuna delle qualità assimilate aiuta a prendere le redini, il comando. Mentre ciò che raccontano ai maschi invece può essere utile: la virilità, la forza. Il motivo è sempre lo stesso: non veniamo educate e socializzate ad essere competitive, senza riserve, scuse, pietà e sensi di  colpa. «A noi donne non viene mai detto di combattere per noi stesse, è un insegnamento che si dà all’altro sesso», dice Ellen Kullman, ex direttrice dell’azienda chimica DuPont. «Penso che noi invece tendiamo ad essere fiduciose che la vita sia giusta, ma non in noi stesse. Difficilmente ci autopromuoviamo. Invece servirebbe impegno, autostima e consapevolezza». A frenarci, purtroppo, c’è la paura è di essere criticate qualora finissimo sotto i riflettori e guadagnassimo influenza. Ma, anche se è indubbio che siamo le prime a non imporci, non si può certo negare che l’altro sesso ci ostacoli. Le ricerche infatti dimostrano che quando siamo noi ad avere un atteggiamento di forza, gli uomini sono più portati a reagire in malo modo. Un’indagine condotta dai centri di ricerca Lean In e McKinsey & Company nel 2016 mostra come le femmine che hanno negoziato la loro promozione avevano il 30% di possibilità in più di essere etichettate come arroganti, aggressive e intimidatorie.

IL CORAGGIO NON PAGATO
«Per anni ho pensato fosse tutto inutile. Ma non lo è. Se perseveriamo si vedono i risultati, ma se non riusciamo a gettare luce sul problema è difficile che qualcosa cambi», racconta Julie Daum, recruiter (o meglio, addetta al reclutamento) per l’agenzia di consulenza aziendale Spencer Stuart, che a lungo si è occupata di inserire donne tra i dirigenti delle varie società. Una di loro è Jan Fields. Aveva provato a scalare la vetta di McDonald’s e diventare presidentessa della sezione statunitense, ossia la numero due della multinazionale. Ma, poco dopo l’assunzione, è stata licenziata perché accusata di aver fatto crollare i profitti durante la sua dirigenza. Dalla sua prospettiva la perdita iniziale era in realtà voluta, una sorta di investimento per il futuro. Aveva scelto di prendere decisioni difficili che avrebbero visto gli effetti sul lungo termine, ma è stata immediatamente discriminata. Stava cercando di rendere la compagnia più salutare, sia per motivazioni etiche che meramente manageriali: sempre più consumatori si stanno allontanando dai fast food perché consapevoli dell’impatto che hanno sul loro benessere. «Lì sei l’unica donna. È veramente triste, ti fa sentire sola. Ero ad alti livelli, giocavo a golf con persone di alto profilo. Mi sono sentita dire: ‘Non avrei mai detto che tu sapessi giocare’. Gli ho risposto: ‘Non me lo avevi mai chiesto, come facevi a saperlo?’. Perché sono femmina, certo. Non ho mai bevuto con questi uomini di potere, non ho mai tentato di essere una di loro. Ho sempre speso più energia nella mia performance», ha confessato. E, alla fine, dice di essere riuscita a vincere su tutti loro, anche se per poco. «Ma i maschi sulla mia strada erano estremamente invidiosi e competitivi, anche se non è mai durato più di tanto perché poi vedevano cosa ero in grado di produrre e quando iniziavano a lavorare per me realizzavano che mi meritassi il comando», ha detto.
Un’altra dirigente, che non ha voluto rivelare la sua identità, racconta al New York Times che essere femmina l’ha penalizzata e fatta soffrire: «Ho riscritto l’intera strategia dell’azienda e raddoppiato i ricavi. Ma un ragazzo mi è passato davanti pur non essendo stato d”aiuto. Lui è alto, bello, ma soprattutto sa intrattenersi con le persone giuste, di potere». Perciò è giunta ad una conclusione infelice e scoraggiante: «Le donne sono delle prede, gli uomini possono annusare fin dagli inizi che le avversarie non riusciranno a battersi per vincere. E pensano: ‘se la colpisco lei non si difenderà, così riuscirò ad atterrarla’. È questo il tipo di ragionamento che ci tiene segregate. Ne sono convinta».

IL REDDITO NON PAGATO
Ma se alla questione delle carriere è facile ribattere (magari interpellando il merito e altre scuse simili) è molto più difficile argomentare che le differenze di profitto siano giustificabili. Perché qui parliamo della stessa identica posizione, pagata in modo diverso tra uomini e donne. È il vero metro per misurare la disuguaglianza: «Ruota tutto intorno al profitto, ho sempre dovuto fare meglio di qualunque maschio intorno a me per essere considerata alla pari», racconta l’ex presidentessa di Mc Donald’s Usa. Uno dei fattori che ha portato al suo licenziamento, dice, è stata sicuramente la sua reticenza a lavorare nei Paesi apertamente misogini: «Ho pensato di non averne bisogno». Ma dopo tre anni si è trovata in disaccordo con il suo capo e questo le ha fatto prima ridurre lo stipendio e poi perdere il lavoro.

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Publicato in: Fatti Argomenti: Data: 25-07-2017 02:16 PM


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