Non chiamatela «tormentone»

di Antonella Rossi
Quella parola non piace proprio a Valeria Rossi, cantante che nel 2001 raggiunse il successo con la canzone 'Tre Parole'. Oggi lavora sempre nella musica ma dietro le quinte. Ecco cosa ci ha raccontato.

VALERIA_ROSSIA Valeria Rossi le definizioni secche stanno strette: «Sono allergica», ci confessa in un caldo pomeriggio di metà luglio. La voce allegra e il sorriso si percepiscono anche al telefono. A infastidirla di più, il termine «tormentone», specie se abbinato alla sua Tre parole, la canzone che nel 2001 la trasformò da artista sconosciuta a fenomeno musicale. Scartata da Sanremo Giovani e pubblicata come singolo pochi mesi dopo, conquistò anche l’estero, complice un ritornello facile e intuitivo. Valeria l’ha riportata sul palco del Wind Summer Festival, nella puntata in onda la sera del 18 luglio 2017, ed è stato ancora successo.

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DOMANDA: Perché non le piace definire Tre Parole un tormentone?
RISPOSTA: È un termine che esula un po’ dalla musica, per quanto oggi se ne abusi. Per un autore è avvilente vedere il proprio brano etichettato con tanta facilità. È un’espressione che che fa comodo perché si fa fatica a trovare definizioni più appropriate. Preferisco «brano di successo», «hit», e oggi posso dire con soddisfazione anche «evergreen». Dopo tanti anni continua a piacere tanto.
D: Qual è stato il segreto di questo brano?
R: È una canzone piena di valori, suggestioni, gioca sulla convivenza tra allegro e malinconico, l’essenza della vita.
D: Dopo ha fatto altri due album (Ricordatevi dei fiori e Osservi l’aria, ndr) e poi si è un po’ appartata. È stato difficile non riuscire a replicare quel successo?
R: «Appartata» mi piace! Di solito mi dicono: «Sei sparita, Che fine hai fatto? Sei viva?» (Sorride, ndr).  In realtà non poteva essere ripetuto. È stato l’apice e nella vita di un artista succede che ci siano punte di questo tipo. Per poterlo fare servirebbe una formula segreta che, per fortuna, non esiste. Se ci fosse, la musica perderebbe tutta la sua magia.
D: Su di lei c’era l’aspettativa per un altro brano così forte?
R: Non ho mai avuto ansie di questo tipo. Tre Parole era unica e ha avuto un popolo vasto. È raro che accada. Ha parlato a tutti con un linguaggio ecumenico e universale.
D: Oggi cosa fa?
R: Lavoro dietro le quinte e aiuto le persone che vogliono fare questo mestiere a non commettere gli stessi errori che ho commesso io.
D: Tipo?
R: Ad esempio, io ero timidissima, non parlavo e su questa cosa ho dovuto lavorare molto.
D. Quindi che lavoro è? In una parola, non tre.
R: Impossibile! Lavoro in due accademie, una con sede a Grosseto e l’altra a Monza, seguo gli aspiranti artisti in tutto: dalla ricerca della consapevolezza di sé, che consiste anche nel mettere a fuoco la propria identità, alla selezione delle persone intorno.
D: Un po’ talent scout un po’ coach, insomma. Qual è la cosa più bella?
R: Mi piace molto lavorare sulla voce, è una cosa che ti scava dentro, ma anche aiutare nel processo creativo che dà vita al testo di una canzone. È una soddisfazione immensa vedere le persone che mettono le ali.
D: L’affermazione di sé è un processo molto lento, mentre oggi, spesso, basta un talent show per sentirsi «arrivati». Che idea si è fatta?
R: Va visto come una tappa, non come un fine. Un cantante agli inizi pensa di essere solo, invece è l’ingranaggio di una macchina complessa. È difficile se non si ha la testa sulle spalle. Alla base c’è un passaggio fondamentale: uscire dall’adolescenza artistica e arrivare alla maturità della persona.
D: Non le manca la vita di prima?
R: Per me, quello non è mai stato l’obiettivo principale. Ho vissuto il successo come una scuola perché mi sono ritrovata da subito a contatto con uno standard altissimo. I miei colleghi sul palco erano Eros Ramazzotti e Tiziano Ferro: il top della qualità. Insomma, è istruttivo confrontarsi con una fascia così alta.
D: E oggi, che altro vorrebbe fare?
R: Sono aperta a tante possibilità, mi piace pensarmi poliedrica, con un’ottima disposizione d’animo verso tutto. Ho cantato anche una canzone per bambini, è stato divertente (La canzone di Peppa Pig, ndr). Ma la cosa che amo di più resta la scrittura: mi aiuta a mantenere viva la creatività e questo è anche un po’ merito dei miei studenti che l’hanno riaccesa.
D: Con loro è un po’ rinata?
R: Sì. Non importa che un brano venga ascoltato da 10 persone o da 1000: la musica dà voce a chi non ce l’ha e può fare tanto perché parla all’inconscio, riequilibra e crea benessere. Oggi amo molto dare. Ho avuto tanto successo con Tre Parole, voglio costruire qualcosa insieme e per gli altri.

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Publicato in: Protagoniste Argomenti: Data: 18-07-2017 04:44 PM


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