«Non è un paese per mamme»

di Floriana Rullo
Diventa madre, l'azienda la trasferisce. Lei fa causa, e la vince. Ma l'azienda insiste: e si torna davanti al giudice. La storia di Sara Guerriero, che abbiamo intervistato.

sara guerrieroSara Guerriero l’8 marzo festeggia il suo compleanno. Lo stesso giorno della festa della donna. Ma, per lei, la coincidenza sa un po’ di beffa: perché da qualche tempo è costretta a lottare per vedersi riconoscere il diritto di continuare a lavorare, senza rinunciare a quello di fare la mamma. D’altronde, in Italia la parità dei sessi è ancora un’utopia. Secondo le ultime stime dell’Osservatorio Nazionale Mobbing, negli ultimi due anni sono state 350mila le donne discriminate per via della maternità o per aver avanzato la richiesta di conciliare lavoro e vita familiare. Mentre dal 2011 al 2016, sempre in Italia, i casi di mobbing da maternità sono aumentati del 30%.  «Non è un paese per mamme, questo», chiosa Sara.

ODISSEA COSENZA-SALERNO
Sara Guerriero, giovane segretaria di azienda di Cosenza, è rientrata dalla maternità quando il suo piccolo Matteo aveva 4 mesi. Otto mesi dopo, quando il bimbo ha compiuto un anno, è cominciata la sua odissea: trasferimento da Cosenza a Salerno. Una coincidenza? Intanto, uno spot dell’Istituto Helvetico Sanders, l’azienda di cui la neomamma è dipendente, declama che «Non è mai troppo tardi». In effetti, nell’Italia dell’era moderna non lo è mai, se si tratta di perdere il posto di lavoro.

COME SE NULLA FOSSE SUCCESSO
Quello di Sara è un vero e proprio calvario. Nonostante il giudice abbia deciso che la giovane non dovesse essere trasferita perché non sussisteva la crisi che l’azienda asseriva, la stessa ditta, appena letta la sentenza, ha rimandato una seconda lettera che, come la prima, recitava di nuovo la parola ‘trasferimento’. «Come se nulla fosse successo», dice Sara. Una battaglia infinita, a colpi di cause, denunce, accorate richieste di mediazione: «Gli affari dell’azienda non vanno benissimo, non puoi lavorare più qui, ti mandiamo a 257 chilometri di distanza».

D: Facciamo il punto fino ad ora. Che cosa è successo?
R: Per ora l’avvocato ci ha dato ragione. L’avvocato Giuseppe Lepera ha scritto che «Il motivo sostanziale e reale che ha portato l’azienda ad eliminare la figura della Guerriero da Cosenza e, più in generale, dalla Farmasuisse s.r.l. (ragione sociale dell’Istituto Sanders ndr), è legato alla maternità e va inquadrato nell’ambito della politica aziendale volta ad eliminare, di fatto, le dipendenti non più giovani, sposate e, soprattutto, madri. Così il giudice del  lavoro, Silvana Ferrentino, nel dicembre scorso ha accolto il ricorso d’urgenza ritenendolo fondato…».
D: Con che scusa l’azienda ha deciso il trasferimento?
R: Sostenevano di essere in crisi, ma dai bilanci relativi agli anni 2012, 2013 e 2014 questo dato non si evince.
D: Poi però è arrivata una nuova lettera, che non rispetta la decisione del giudice…
R: Già. Così è stata presentata una denuncia-querela al procuratore della Repubblica di Cosenza, accusando l’azienda di aver «palesemente eluso il provvedimento del giudice». Ora il ricorso d’urgenza davanti al Giudice del lavoro sarà lunedì (13 marzo 2017, ndr). La legge vieta al datore di lavoro di licenziare la lavoratrice madre dall’inizio del periodo di gravidanza fino al compimento di  un anno di età del bambino.
D: E ora come sta vivendo questa situazione?
R: Per ora io sono in congedo parentale. Lavoro part-time. Come posso vivere a 250 chilometri di distanza con 800 euro al mese? Non mi converrebbe nemmeno trasferirmi.
D: E come si sente una donna come lei in questa Italia? Le donne danno più di quanto ricevono dai datori di lavoro?
R: Non avrei mai pensato di poter essere trattata così solo perché ho scelto di diventare mamma. Il dono più bello che una donna possa avere dalla vita ti viene fatto pesare. La mia è davvero una storia da film. Si vince la causa e decidono di trasferirmi, nonostante tutto, a Salerno. Come potrei sentirmi?
D: Che cosa ha pensato quando ha ricevuto le lettere di trasferimento?
R: Ero incredula. Mi sono chiesta perché mi fossero state inviate e come avrei fatto con il mio bambino. Sicuramente non mi sarebbe stato possibile trasferirmi e pagare un asilo, con ciò che guadagnavo part-time. Mi sono chiesta perché una donna, e anche madre, debba subire certi trattamenti. E ora, lunedì, lo stesso giudice che ha emesso la prima sentenza dovrà di nuovo decidere. Per me è tutto ancora paradossale.
D: Si aspettava un altro tipo di trattamento?
R: Certo, da persona onesta non mi aspettavo di essere trattata in questo modo. Mi sento ‘debole’ perché ho fatto una causa, l’ho vinta e non è cambiato nulla. Dov’è lo Stato, quando accadono queste cose?

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Publicato in: Protagoniste Argomenti: , Data: 08-03-2017 08:04 PM


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