«Con i pc non sappiamo più ricordare»

di Caterina Belloni
Cristina Zucchetti è alla guida di una delle più importanti aziende informatiche italiane, ma è molto cauta nei confronti della tecnologia. Ecco l'intervista.

Teme che i computer finiranno per rubarci la capacità di ricordare, eppure su programmi e software suo padre ha costruito un impero che ora lei dirige insieme a suo fratello. Una delle poche donne manager nel settore dell’informatica. Giovedì 25 giugno il gruppo Zucchetti, prima azienda italiana del mercato informatico per fatturato software, riceve il premio Superbrand insieme a 3M, Bmw, Nutella, Lamborghini e Disney e altri grandi marchi italiani, come uno dei brand più riconosciuti nel nostro paese. Ma si tratta solo dell’ultimo riconoscimento. Insieme a quello del mercato.

Cristina e Alessandro Zucchetti.

Cristina e Alessandro Zucchetti.

UNA DONNA AL COMANDO
I numeri parlano chiaro: 358 milioni di fatturato nell’ultimo bilancio, 2800 dipendenti, 100mila clienti, 1100 partner sul territorio nazionale per una società informatica fondata nel 1978 da un commercialista che credeva nel futuro della tecnologia. Al comando della parte gestionale, del settore personale e del marketing c’è Cristina Zucchetti, 44 anni, una donna decisa e piena di idee, che per anni è stata presidente del gruppo. È orgogliosa di quello che suo padre e la sua famiglia hanno fatto, ma rimane con i piedi per terra e attraversa in bicicletta Lodi, la città dove abita, si ferma per un caffè in piazza con le amiche di infanzia, ragiona di economia come di problemi che riguardano ogni mamma italiana.

DOMANDA: Quando ha cominciato a lavorare in azienda?
RISPOSTA: Dopo la laurea in economia in Bocconi sono andata a fare pratica nello studio professionale di famiglia. Pensavo che avrei fatto la commercialista, ho anche dato l’esame. Mio padre, però, ha iniziato a chiedermi di essere presente quando si concludevano transazioni o operazioni societarie in azienda. Ho imparato a gestire le trattative, a seguire i rapporti con le aziende partecipate. Alla fine ho deciso di dedicarmi in toto a questa attività.
D: Quali fasi ha attraversato la sua carriera?
R: Per parecchi anni sono stata presidente del gruppo, mentre adesso di questo si occupa mio fratello Alessandro e io seguo soprattutto la comunicazione, il marketing e la politica del personale. La nostra azienda crede molto nella responsabilizzazione dei dipendenti, quindi la selezione è fondamentale. Come ha sempre detto mio padre, noi siamo ignoranti di informatica, quindi abbiamo bisogno di esperti validi che portino avanti i nostri progetti mentre ci occupiamo degli aspetti di gestione.
D: Con un grande successo visti i risultati. Quali sono le sue doti vincenti da manager?
R: Anzitutto cerco di ascoltare molti e chiedo proposte. Non voglio imporre ma responsabilizzo chi lavora per me e lo invito a farsi avanti. Poi mi piace motivare le persone, voglio che si sentano parte in causa, come membri di una famiglia e che siano loro a chiedere e suggerire idee e a me spetta valutarle. Infine, uso molto buon senso!.
D: Quando ha avuto il suo primo computer?
R: Al liceo ne avevo uno e ricordo che lo utilizzavo per le ricerche di storia dell’arte e per i temi. Ma per me è sempre stato uno strumento. Non sono appassionata di informatica o esperta.
D: Computer e bambini. Le sue due figlie frequentano la scuola materna e le elementari. Ha dato loro delle regole o le lascia libere di usare tablet e telefonini?
R: Sono piuttosto rigida in questo senso. Le mie bambine guardano la televisione al massimo un’ora al giorno, in genere il sabato e la domenica. L’Ipad è mio e di mio marito e loro non lo possono usare. Quanto ai telefonini, sono un mezzo di emergenza. Nel senso che possono usarli solo se abbiamo una cena a casa e devono rimanere a tavola dopo avere finito di mangiare o se siamo al ristorante. Normalmente mi porto in borsa pastelli e album da disegno, ma a volte i tempi si allungano e serve qualcosa di diverso. Ma ho scaricato solo app educative.
D: Che rapporto ha con i social network?
R: Ovviamente ho un profilo su tutti, tranne LinkedIn, che attiverò a breve, ma non sono particolarmente attiva. In genere li guardo e li seguo ma non condivido granché. Su Instagram e Twitter faccio poco, a volte metto commenti su Facebook. Per me la vera risorsa di Facebook è Messenger, perché riesco a mettermi in contatto con le persone, a inviare messaggi, anche a trovare, attraverso gli amici, i riferimenti di qualcuno che conosco e con cui voglio parlare, ma di cui non ho email e numero di telefono.
D: Nel futuro saremo ancora noi a comandare i computer o a un certo punto i rapporti di forza cambieranno e ne diventeremo dipendenti?
R: In casa mia da almeno quindici anni ci sono tutti gli strumenti elettronici presenti sul mercato. È inevitabile e fondamentale per il mio lavoro. Il mio unico timore è che i computer finiscano per farci perdere l’abitudine al ricordo. È come se ci permettessero di non usare più il nostro cervello.
D: In che senso?
R: Le nostre capacità cognitive non vengono stimolate fino in fondo perché ormai è tutto disponibile subito, ogni informazione, ogni dettaglio. Ci sono Wikipedia, le app, la calcolatrice ovunque. Così succedono cose abbastanza strane. Un esempio? Quando ero più giovane sapevo a memoria anche il numero del bar dove ordinavo i panini, adesso non mi ricordo più nemmeno quello di mio marito.

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Publicato in: Protagoniste Argomenti: , Data: 25-06-2015 11:01 AM


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